paella a modo mio

Paella a modo mio

Ci sono piatti che,  pur appartenendo ad altre tradizioni, ci vien voglia di fare. E, immancabilmente, li modifichiamo a nostro piacimento. Io ci ho provato con la paella, piatto originario  spagnolo, modificandolo secondo i miei gusti.

Cosa serve per la mia ricetta (8 persone): 750 g. riso (preferibilmente quello a chicchi grossi), 10 gamberi, 10 gamberoni, 10 cozze, 10 vongole, 1 calamaro, 1 pesce (quello che vi pare, orata, merluzzo, etc) , una manciata di  piselli, di  fagioli cannellini, di fagioli piattoni (spagnoli, quelli grossi), un peperone giallo, un peperone rosso, paprika dolce, passata di pomodoro, olio, sale, pepe, aglio, cipolla, pollo, vitello, zafferano. Vino bianco.

come ho proceduto.

Olio in una padella larga (servirebbe la paellera, ma io ne ho usata un’altra a doppio manico, tipo tegame, aglio tritato, fate colorire l’aglio appena appena, e metteteci i gamberoni a rosolare per meno di un minuti per lato. Un pizzico di sale.

Tirate via i gamberoni e versate in padella anche la cipolla tritata a coltello.

 

Fate rosolare un poco e aggiungete il pollo (io ho usato delle cosce che , eliminato l’osso, ho tagliato a tocchetti), e il vitello (tagliato a spezzatino). Ne basteranno pochi pezzi per l’uno e per l’altro.

Lasciate andare per 7 – 8 minuti facendo rosolare a fuoco vivo. Poi aggiungete un bicchiere di vino bianco e lasciate sfumare. A questo punto aggiungiamo sale, pepe, un cucchiaio di paprika dolce e due bustine di zafferano.

 

Lasciamo colorare.

 

 

Nel frattempo, mentre la carne andava, avremo aperto cozze e vongole in una pentola, a fuoco lento,

 

 

una volta aperte, le abbiamo messe da parte e abbiamo tenuto l’acqua di fondo.

 

Avremo inoltre sfilettato il pesce e avremo messo la lisca insieme alle teste di gamberi e qualche gamberone, in una pentola con un litro di acqua,

facendo  cuocere per una 15ina di minuti formando così un fumetto di pesce.

Aggiungiamo ora i legumi e i peperoni tagliati a pezzetti.

  

Mentre questi vanno a fuoco medio, nella pentola con l’acqua dei mitili (cozze e vongole) mettiamo a cuocere il calamaro tagliato a pezzetti e i filetti di pesce sfilettati, spezzettati.

Dopo una decina di minuti, aggiungiamo in padella due cucchiai di salsa di pomodoro e un cucchiaio di concentrato (se non ne abbiamo mettere due cucchiai di passata in più). Facciamo andare rimestando di continuo fino a che tutto non sia colorato uniformemente.

Aggiungiamo ora in padella il pesce che avevamo messo in pentola con il brodo dei mitili.

Facciamo cuocere per 5-6 minuti. A questo punto aggiungiamo il riso, sistemiamolo per bene con una spatola,

copriamo di fumetto di pesce  di almeno mezzo dito, e posiamo definitivamente la spatola.

Il riso non va rimestato poiché in questo modo rilascerebbe amido che formerebbe una cremetta tipo risotto. A noi serve che i chicchi siano ben separati tra loro. Lasciamo cuocere per la durata prevista sulla confezione, a fuoco vivace ma non altissimo (deve sobbollire).

Passato il tempo previsto, aggiungiamo mitili e gamberoni cotti in precedenza, una spruzzata di prezzemolo e copriamo con un coperchio (in effetti andrebbe passato al forno a 180 gradi per una decina di minuti, ma non avendo il tegame adatto per farlo, ho rimediato così) in modo da farlo asciugare da solo.

Possiamo servire.

 

sa che er ? sacher

Ogni tanto bisogna misurarsi con qualcosa di più “serio”, e tra i dolci, credo che tra i massimi livelli di serietà ci sia la Sacher.  Normalmente non metto dosi quando posto un piatto nuovo con nuova ricetta, perché abitualmente vado a occhio. Ma quando si tratta di dolci torna in auge il proverbio napoletano che dice “masto a uocchio, masto a capocchia”. E allora, per questa torta, seguirò religiosamente le dosi.

Ingredienti per una torta di circa 22 cm di diametro (in questo modo verrà ad un solo strato di farcitura. Volendo la si può infornare con uno stampo di diametro inferiore in modo da averla poi più alta per una doppia farcitura):

  • 65g di burro morbido vanigliato (io ho usato del burro normale e ho aggiunto una bustina di vaniglia o si possono aggiungere dei semi di bacca).
  • 3 tuorli
  • 3 albumi
  • 75 grammi di cioccolata fondente al 60 per cento (attenti che sia senza aggiunta di burro perché poi quando fate la ganasce per la glassatura si corre il rischio che si vedano le striature bianche).
  • 65 grammi di farina 00
  • 90 grammi di zucchero semolato
  • 20 grammi di zucchero a velo
  • Un pizzico di sale
  • Confettura di albicocca

Per la glassatura con la ganasce : 1) 125 grammi di panna liquida; 185 grammi di cioccolata fondente al 60 per cento (come sopra)

Il procedimento è semplice ma abbastanza lungo. Mettiamo a sciogliere a bagnomaria i 75 grammi di fondente. Nel frattempo mettiamo in planetaria (chi non ce l’ha lo deve fare a mano con una frusta ma diventa molto faticoso) il burro con la bustina di vaniglia (o semi), lo zucchero a velo.

i tre tuorli (li aggiungiamo uno per volta facendo prima assorbire il precedente) e il pizzico di sale.

Lasciamo andare a velocità media per circa 10 minuti (o anche più se non si sono amalgamati per bene). Aggiungiamo la cioccolata sciolta e rimestiamo con una spatola fino ad amalgama.

 

Nel frattempo montiamo a neve gli albumi a cui aggiungiamo un po’ per volta lo zucchero semolato.

una volta montato, uniamolo al composto preparato precedentemente, rimestando dal basso verso l’alto (per non smontare gli albumi),

aggiungiamo la farina setacciata e continuiamo ad amalgamare.

Versiamo il tutto in una forma da torta imburrata, livelliamo  e inforniamo.

 

Anche col forno non è detto che il tutto corrisponda. Io inforno a forno statico, al secondo livello dal basso, accendendo sopra e sotto, a 170 gradi per 35\40 minuti.Lasciamo raffreddare per un po’, poi togliamo la torta dallo stampo, capovolgiamo e la tagliamo i due parti per orizzontale (o in tre se avete preferito la doppia farcitura).

 

Cospargiamo di confettura all’albicocca (se la volete più morbida aggiungete più confettura facendola assorbire dallo strato di torta; Qualcuno usa una bagna al liquore ma io preferisco senza) la parte inferiore della torta

e poi la coprite con l’altra metà. Cospargiamo con un sottile strato di confettura sia sopra che sui lati.

Nel frattempo mettiamo in un pentolino la panna liquida, portiamo a ebollizione,

spegniamo e aggiungiamo la cioccolata fondente tagliata a pezzetti. Aiutiamo con la spatola a divenire un tutt’uno.

Lasciamo raffreddare un pochino e poi la lasciamo colare sulla torta partendo dal centro verso i lati. Aiutandoci con una spatola livelliamo la ganasce sopra e intorno

e mettiamo in frigo per almeno 1 ora. A questo punto, sedetevi a tavola e consolatevi il palato.

 

la vera storia dell’italia – 6^ parte – l’arrivo a napoli e il patto con la camorra

Mentre inizialmente gran parte dei nobili e dei possidenti, quelli non precedentemente corrotti, ascoltato il proclama di Garibaldi sulla redistribuzione delle ricchezze, gli si posero contro, come sempre accade quando si tratta di tutelare le proprie prebende, non appena ebbero sentore della riuscita dell’impresa, sempre per lo stesso fine, gli saltarono sul carro.

Tutti insieme, tutti uniti.

E questi carri pieni di gente con le mani sui portafogli perché o mariuolo non si può fidare di altri mariuoli.

Carri strabordanti con voci che si sovrapponevano.

“Casini, spostati un poco.”

“Parli bene tu Giovanà, non si riesce nemmeno a muovere un braccio. Franceschini, dal lato tuo c’è spazio?”

“No, siamo pieni. Ci sono Alfano e tutto il loro gruppo.”

“Va be, ma sono in tre.”

“Si ma  affianco ci sta Verdini e D’anna.”

Nu calore, nu calore!!!

“Ma la Serracchiani non la vedo.”

“Eh, è stata la prima a saltare. Chella po è corta, non si vede.” “E la Finocchiaro?”

“È al supermercato. Ha accompagnato la Picierno per fare la spesa con 80 euro.”

Nu calore, nu calore, e soprattutto na puzza, ma na puzza. Avete presente quelle puzze di cose andate a male, marcite, putride? Ecco!

Io non lo so se i nomi erano questi, ma era giusto per farvi avere una idea. Cesare Abba, il biografo ufficiale della spedizione, ebbe a scrivere “dal delirio del popolo della prima ora si passa via via a un fuggi fuggi diffuso”. Infatti più si avvicinavano i ricchi, più scappavano i poveracci che cominciavano a capire dove si sarebbe andati a parare. A fine campagna baroni, principi e borghesi “garibaldini” erano più numerosi dei popolani.

La folata rivoluzionaria si diresse altrove e i privilegi ritornarono al loro posto.

(per dirla alla Sciascia “Calati juncu ca passa la china”. Poche parole per tutta una filosofia elaborata in secoli di sofferta sopravvivenza. Un detto molto semplice ma pieno di significato. E’ l’atto di sottomettersi alla volontà dei più forti o dei più prepotenti. Fra una piena e l’altra, i giunchi possono crescere e fortificarsi. “Aspetta che passi questo periodo, verrà il tuo momento”).A volte anche i proverbi sbagliano. Dopo 160 anni tutto è uguale.

Alla fine di luglio, dopo la vittoria garibaldina a Milazzo e la presa della città di Messina (ma non della cittadella,affacciata sul porto, dove rimase solo una piccola guarnigione borbonica, ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun’azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini), la Sicilia era completamente nelle mani dei patrioti e Garibaldi, prima di proseguire nominò Agostino Depretis pro – dittatore, per governare la Sicilia.

 

“dove andiamo ora? “ chiese garibaldi ad abba.

“a melito!”

“vicino casoria?”

“no,in calabria”

“ e come ci andiamo?”

“a piedi!”

“e chi ce la fa! Non è che si potrebbe affittare un pulmanino?”

“nu pulmanino?” intervenne Nievo. “nuie simme 20 mila, addo e mettimme!”

“ma io ci arrivo morto.” Replicò garibaldi.

“non vi preoccupate imperatò, vi porteremo in salvo noi!”

Quando le camicie rosse sbarcano a Melito, il 19 agosto 1860, erano ormai circa ventimila e le truppe borboniche non riuscirono a organizzare alcuna resistenza efficace.

Appena arrivati garibaldi esclamò: son salvo!

E da allora la città fu chiamata melito porto salvo.

Man mano che Garibaldi avanzava il popolo, abituato al telegiornale di emilio fede che già a quel tempo faceva il direttore, credette davvero che fosse arrivato colui che li salvava,infatti al suo passaggio tutti gridavano: salvatò, salvatò. Al punto che garibaldi chiamò abba e gli disse: ma perché mi chiamano salvatore? Io mi chiamo Giuseppe. Da domani voglio il profilo su face book, su instagram e pure su twitter.

In Lucania il passaggio dei volontari fu completamente pacifico poiché la regione si era già ribellata ai Borbone prima dell’arrivo dei garibaldini. Il 6 settembre, Francesco II di Borbone e Maria Sofia lasciarono la capitale e, con quanto rimase dell’esercito delle Due Sicilie, stabilirono una linea di difesa che univa le due fortezze di Capua e Gaeta e, ad est, si snodava lungo il corso del fiume Volturno. Il giorno successivo, il 7 settembre, Garibaldi entrò a Napoli da liberatore tra ali di folla festante.

Ma cosa era successo prima?

Ricordate l’invio di corrao per corrompere in sicilia? Bene, qua non deve inviare nessuno perché il prefetto di napoli era Liborio romano, prefetto borbonico che, anticipando pure franceschini su come si salta da un lato all’altro, immediatamente diventa garibaldino. Il liborio romano  come può attappetinarsi al nuovo padrone? Come può fargli trovare la strada libera per poi averne ricompensa? Dopo aver parlato con cavour si rivolge all’onorata società. Sissignore. Pensavate che la dc che si rivolge a cutolo per liberare l’assessore Cirillo fosse una invenzione moderna? salvatore de crescendo, entrato poi nei modi di dire napoletani come tore e criscienzo, vincenzo zingone, vincenzo attingenti, felice mele, antonio sangiovanni, antonio mormile, antonio caccaviello, pasquale legittimo, michele gallo, ignazio mosella, luigi riccio, francesco cuomo, gennaro lippiello. Tutta brava gente. Un po come dire che un prefetto, che ne so, un nome a caso, mori, con l’approvazione del presidente della camera dei deputati, del ministro degli interni,volesse trattare con riina, provenzano.

Aspè, ma sta cosa… mi pare che.. mah!

E allora cosa fa romano? Istituisce la guardia cittadina, una specie di polizia che affianca quella ufficiale. E a chi la affida? alla camorra. Non ci credete? Giuro che è vero. I camorristi diventano commissari e ispettori, e senza nemmeno fare il consocrso e trovarsi una raccomandazione, come si farebbe oggi. Lo diventano direttamente su nomina di tore e criscienzo. Una cosa sul tipo de “la buona scuola” odierna. E ch devono controllare i nuovi poliziotti? La camorra, penserete voi. Eh, allora stiamo perdendo tempo. Che si controllano da soli? Noooo, devono controllare le persone perbene. Si, giuro che è vero. A napoli si dice è ghhiuto o caso a sotto e e maccarune a coppa! E allora cosa fanno. Cominciano prima di tutto a distruggere tutte le prove delle loro malefatte. Uh gesù, ma pure sta cosa mi ricorda qualcosa…. Come se distruggessi delle intercettazioni. Mah!

E poi cominciano a randellare a mazziatoni chi non è d’accordo su garibaldi e protesta. No, non è  a genova durante il g8. È a napoli durante il “ce fotte!”

Comunque, con questi presupposti, appena 17 giorni dopo essere sbarcato in calabria Garibaldi, il 7 settembre, entrò a Napoli  seduto comodamente in treno, senza sparare un colpo, con pochi uomini al seguito (il resto delle camicie rosse giunse il giorno 9 perché dovettero prendere i tre giorni di festività soppresse e le ferie non godute).

Voi direte in treno? Eh si, perché in quel paesino fu inventata la prima ferrovia. Mo voi immaginate a garibaldi quando ha visto il treno.

“ e che è questo?”

“il treno!” avrà risposto abba, che non lo lasciava mai, più che per scrivere proprio per evitare che dicesse stronzate.

“e come è composto questo treno?”

“di carrozze”

“E dove sono i cavalli?”

“dentro al motore”

“ e non muoiono chiusi la dentro? Cosa mangiano?”

“il carbone!”

“ e cos’è quel fumo che esce di sopra?”

“uhhhh garibbà!!!! So e scorregge de cavalli. Mangiano carbone, po scorreggiano e il gas esce di sopra. Va buò?”

In effetti, dato che i camorristi avevano sistemato ben bene tutto, quella in treno per garibaldi fu una vera e propria passeggiata. Per fare un esempio, molto più pericoloso oggi prendere la circumvesuviana.

dopo l’arrivo alla stazione si formò un corteo di dieci carrozze che attraversò Napoli, la Capitale.

“Sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci e corrotti… in tre vennero giudicati responsabili, degradati e messi a riposo dal Consiglio di Guerra borbonico. Tutti, comunque, restarono senza più incarichi e comandi nell’esercito napoletano che, di lì a poco, avrebbe difeso l’onore delle Due Sicilie tra il Volturno e il Garigliano, o negli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto”.

Praticamente come i furbetti del cartellino o come qualche ministro pizzicato con le mani nella marmellata. Accuse, processo, ma da la non si schiodano, anzi, ora li promuovono pure. A Napoli le accoglienze furono entusiastiche ma in effetti si erano ispirati al varietà e tenevano la claque. nelle manifestazioni c’era la regia occulta degli agenti piemontesi che da mesi si erano infiltrati a Napoli e, tramite Liborio Romano con i suoi camorristi, avevano mobilitato a pagamento (si dice 24 mila ducati)“la feccia della popolazione che imprecava con orribili urli”  mentre il resto degli abitanti se ne stava rinserrato in casa.

Dopo aver fatto il discorso di insediamento garibaldi chiese dove avrebbe dormito.

“palazzo d’angri!”

“dobbiamo andare fino ad angri?”

“ma no, palazzo d’angri dei doria!”

“ah, conosco. Quelli dei biscotti!”

Come entrò a palazzo andò al cesso e vide il bidet.

“oh cacchio, e come si fa a lavartsi cosi bassi? Uno si deve piegare?”

“no “ gli rispose il doria, “ a parte che vista l’altezza tu ci arrivi giusto giusto, ma qua ci si lava il culo.”

“il culo? Come il culo? Ma perché, il culo si lava?”

E si lavò la faccia.

Da allora l’espressione “tiene la faccia come il culo!”

immediatamente formò un suo governo dittatoriale con a capo proprio il ministro di Francesco II, Liborio Romano, che, come primo atto, cedette la poderosa flotta da guerra meridionale (circa 100 navi e 786 cannoni) al Piemonte. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale (equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati “beni nazionali”. Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e consistenti pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore, alla famiglia di Agesilao Milano (che aveva tentato di ammazzare il re) ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo, praticamente come angelucci, senatore che non ha mai messo piede al senato ma percepisce stipendio, vitalizio, etc etc.

Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borboni (la maggior parte di essi in ottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849 “tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché “ministro liberale in carica ancorché per poche settimane“ e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre “perché studiasse la storia” al De Cesare “perché studiasse l’economia “. Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto “a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli e sborsò uno o due milioni”; illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli: “indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero proporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha né coperte né cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”; “nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole…le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni per il triplo degli uomini che devono mantenere”; “in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche dell’Amministrazione…i mazziniani rubano e intrigano”; “la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto…tutto è furto ed estorsioni”; “qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”; “l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi”.

“Lo stesso Garibaldi si dimostrò, in futuro, insolvente con le banche ed evasore con il fisco: chiese un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, l’equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire, ma quest’ultimo non rimborsò nemmeno il mutuo; praticamente come il padre della boschi o quello di renzi.

la banca si fece avanti con il padre, “Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito” fu la risposta; gli archivi del Monte dei Paschi di Siena, (badate bene, monte paschi di siena, lo stesso di oggi, lo stesso dove tutti hanno mangiato a sbafo fino a scoppiare e che ora deve essere risanato coi soldi dei contribuenti) ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. “Signor Esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti”. Punto e basta. Segue la firma.” In effetti il figlio indebitato per fallimento era Ricciotti (e non Menotti) e Garibaldi restituì l’importo senza interessi quando nel 1876 il Parlamento gli concesse l’appannaggio vitalizio.

 

 

 

 

 

la vera storia dell’Italia – 5^ parte – la situazione dopo bronte e la risalita dello stivale

Ma facciamo un passo indietro, al momento in cui in sicilia vennero inviati pilo e corrao, due apripista, due messi che, creduloni delle buone intenzioni di cavour, si prestarono per agganciare sul territorio chi poteva favorire l’impresa, o la presa, come sarebbe più giusto dire. A chi si rivolsero i due? Ai potenti locali, tipo cuffaro, giusto per fare un esempio. Si trattava di latifondisti, proprietari terrieri che, in cambio della promessa che tutto sarebbe rimasto com’era (ricordate il gattopardismo così ben descritto da tomasi di Lampedusa?)avrebbero messo a disposizione i loro picciotti, uomini armati che venivano pagati per difendere i baroni locali e salvaguardarne gli interessi. Allora si trattava di baroni come stefano priolo, barone di sant’anna, e successivamente si sarebbero chiamati Riina, Provenzano, Messina Denaro. tutta brava gente, insomma. Faceva parte della spedizione lo scrittore Ippolito Nievo, ma di lui parleremo più avanti, alla vigilia della proclamazione dell’Italia unita.

Sarà l’euforia del successo, sarà il potere improvviso, sarà perché ti amo, lalalalalallà, scusate m’è scappata, dicevo sarà quel che sarà, ma il sor peppe si proclamò imperatore di sicilia. ‘Na specie di totò l’imperatore di capri. Voleva tenersi la sicilia e lasciare a cavour e vittorio emanuele il resto. Quello il problema fu che durante il viaggio bixio, non avendo play boy ne la play station (che oltre 150 anni dopo risulterà fondamentale tra coloro che guideranno la nazione) cacciò il monopoli. Tira nu dado, tira na striscia, peppe si giocò vicolo corto e vicolo stretto. Restò senza vicoli e senza case. E considerando che non teneva nemmeno un amico che gliene prestasse una (carrai non era ancora nato) cominciò a girare tra l’equipaggio.

“scusate, tenisseve un parco della vittoria? Una società elettrica? Tenisseve na casarella…”

“pittata e rosa, ‘ncopp e camaldoli vurria tenè!”

“garibbà, e si nuie teneveme na casarella, na società elettrica, secondo te stevemo perdenne o tiempo appriesse a te?”

Decise che si sarebbe rifatto. Succede sempre. Basta che ti fai una volta, e subito ti fai di nuovo. La sicilia sarebbe appunto stata sua. Sarebbe stato l’imperatore. E da vero imperatore, appena ebbe il potere decise di eliminare l’imposta sul macinato.

“bravo” gli disse bixio, “hai fatto bene, accussì purpette e sasicce costano di meno! E pure e bistecchine.”

Nel frattempo giovanni corrao, il mediatore tra stato (piemontese) e mafia (siciliana)… gesù, questo fatto mi ricorda qualcosa… mah! Dicevo Giovanni Corrao viene ammazzato a colpi di lupara perché protestava nel vedere i vecchi residuati borbonici diventati nel frattempo garibaldini ricoprire incarichi prestigiosi. Ma non si seppe mai chi fu l’autore materiale del delitto. Come nella migliore tradizione locale, si dovette essere luparato da solo. Per fare un esempio, come se un giudice oggi mettesse da solo una bomba sull’autostrada che deve percorrere e mentre sta passando la fa esplodere.

Quando lo ammazzarono immediatamente la notizia fu riportata a garibaldi.

“imperatò, hanno ammazzato corrao.”

“azz, e mo chi la fa la corrida?”

“no corrado, corrao, senza d. uno dei due messi.”

“ah, capito, Messi! Bella squadra il Barcellona!”

“era nu buono cristiano!”

“ronaldo? E quello sta col real madrid. Guagliò tu me stai ‘nzallanenne. Se po sapè chi è muorto?”

“nessuno imperatò. Il morto sta bene in salute!”

Intanto però, essendosi il sor peppe circondato da na bella maniate e chiavichi,era rimasto senza una lira poiché si faceva uno arruobbo arruobbo. Del resto, quelli che erano stati corrotti mica lo avevano fatto per il piacere di gridare viva l’italia. Il grido era stato “guagliù, s’azzuppa!!!!” il povero Ippolito Nievo, scrittore arruolato di cui prima e ora nominato colonnello col compito di tenere in ordine i libri contabili, glielo diceva a garibaldi: “garibbà, chiste se stanne magnanne pure e mutande; arape l’uocchie ca ce stanne facenne o pacco”.

Ma garibaldi nulla.

“io sonco l’imperatore, a me il pacco non lo fa nessuno perché quando devo spedire una cosa il pacco me lo faccio da solo!”

E intanto i capi dei reparti garibaldini prendevano rimborsi per soldati passati ad altro reparto, per cui venivano pagati due volte, per esempio, come è successo molto tempo dopo a roma capitale, n’emigrante a te e uno a me.

“imperatore, bisogna comprare i cappotti alle truppe!”

E Garibaldi, pronto a sganciare, convocava Nievo.

“nievo, ci servono i soldi per i cappotti!”

“o mese e giugno? E c’avimma fa e funghe sotto e bracce? Cu stu calore esceno e maruzze, generà!”

“non discutere i miei ordini e caccia e soldi!”

E Nievo cacciava.

“imperatore, si dovrebbero pagare gli straordinari ai soldati!”

E garibaldi chiamava Nievo!

“nievo, si devono pagare gli straordinari”

“straordinari? Imperato ma quelli non fanno manco l’ordinario, figuriamoci gli straordinari. Quelli fanno gli imbrogli col cartellino, uno passa il badge e gli altri stanno a casa!”

“non discutere. Caccia i soldi!”

e caccia oggi caccia domani, i soldi finirono.

Nievo andò da Garibaldi e gli disse: “generale!”

“ ma quanta formalità, siamo fra di noi, chiamami pure imperatore!” rispose l’altro

“imperatore, dovete fare un prelievo!”

“guarda, fatto poco prima di partire. Trigliceridi e colesterolo tutto a posto. Nu poco di reumatismi, ma è l’età!

“ma no, dovete fare un prelievo in banca!”

“qua li fanno in banca e non al pronto soccorso? Ma che arretratezza!

“imperatò,non le analisi. dovete fare un prelievo di soldi in banca!”

“al banco mat?”

“no,al banco di sicilia!”

E garibaldi si presentò in banca.

“Buongiorno, devo fare un prelievo!” disse garibaldi

“e dovete andare in ospedale!” rispose l’impiegato

“o vvi? Glielo avevo detto a Nievo e chille è tuosto!”

E andò in ospedale.

“buongiorno, vorrei fare un prelievo. Si può?”

“Donazione?”

“no, prelievo!”

“si, ma per avis?

“no, per nievo!”

“scusate, il sangue lo volete dare?”

“azz, io chi sa comme me so salvato…”

“ma voi da qua, che volete?”

“e solde!”

“ e state frisco! Non ci pagano da sei mesi! La regione non rimborsa! Dovete andare in banca.”

“ e io dalla banca vengo e mi hanno mandato qua.”

“ah, quindi non ci siete venuto, vi ci hanno mandato”

“sempre, da che è cominciata la spedizione!”

“spedizione? E allora dovete andare alla posta!”

E andiamo alla posta.

“buongiorno, dovrei fare un prelievo!”

“tenete il libretto?”

“no, lo tiene nievo.”

“ ma siete titolare o delegato?”

“ero legato, ma poi mi hanno sciolto”

“ sentite, se dovete prelevare vi hanno sciolto o no, deve venire questo nievo altrimenti ci vuole la delega”

“ok”

E torniamo da Nievo.

“nievo, vieni qua. Io sono andato alle poste”

“per un pacco?”

“e dalle cu ‘o pacco. Per il prelievo, ma mi hanno detto che devi andarci tu che sei il titolare e tieni il libretto!”

“imperatò, ascoltate, credo che stiamo facendo un po’ di confusione. Voi dovete andare in banca!

“ e ci sono stato. Quello mi ha mandato all’ospedale e quello dell’ospedale mi ha mandato alle poste!”

“ascoltate a me. Voi andate in banca e prelevate i ducati”

“E quanti sono?”

“ a me risulta che in totale ne hanno 5 milioni”

“5 milioni di ducati? E dove li parcheggiamo? Chi li guida?”

“che cosa?”

“i furgoni ducati!”

“imperatò” gli disse nievo battendo le nocche del pugno destro all’interno del palmo della mano sinistra, “proprio tuosto, eh? abbiate pazienza. State a sentire a me. Voi andate alla banca. Giusto?”

“giusto!”

“ e gli dite come vi dico io: datemi tutto quello che tenete in cassa perché io sono l’imperatore!”

“ah, ecco. glielo dico che sono l’imperatore. Bene. Vado.”

E fu così che il buon sor peppe si appropriò dei 5 milioni di ducati allora in cassa al banco di sicilia. Il ducato valeva quattro volte la lira, moneta piemontese. E c’era un’altra particolarità. Quando il regno emetteva moneta, questa o era direttamente in oro, per cui equivalente al valore reale o c’era copertura bancaria in oro per l’equivalente valore. Il buon cavour invece, emetteva praticamente carta, senza alcun valore.

In quel periodo nacquero i poi famosi dieci piani di morbidezza.

Il sor peppe a quel punto prese il cellulare e chiamò cavour.

“camillo!”

“chi è?”

“Io”

“io chi? Non tengo il numero memorizzato”

“l’imperatore di sicilia!”

“te l’ho detto che la marsala non la devi bere. Già stai ‘mbriaco, è vero? Che vuò?”

“io direi che è quasi ora di tornarmene. Quando me la mandi la nave?”

“la nave? E c’è lo sciopero dei marittimi. Per almeno due mesi le navi non partono. Siente a me, l’unica cosa è che te ne torni a piedi”

“e come cammino, sul’acqua?”

“ma quale acqua. Te ne devi salire piano piano per la calabria. A piedi!”

“per la salerno reggio calabria? E quanto ci metto. Si cammina a una corsia!”

Già da allora erano in corso i lavori. In effetti erano cominciati molto tempo prima, al punto che, cristo, dovette fermarsi a eboli per la strada interrotta.

“tu avviati intanto!”

la vera storia dell’Italia – 4^ parte – la vergogna di Bronte

Siamo nella provincia di Catania, alle pendici dell’etna.

Anche allora, come oggi, la contrapposizione era tra i ricchi e i poveri. (e qua sarebbe stato semplice inserire una battuta, ma come detto, non me la sento). I primi continuavano ad arricchirsi sulle spalle dei poveri, che si impoverivano sempre di più. Da un lato i latifondisti, proprietari terrieri capeggiati dagli eredi dell’inglese nelson, quindi coloro che avevano praticamente permesso a Cavour di avviare la rapina al regno, e dall’altra i braccianti, i ‘comunisti o comunali’, capeggiati dall’avocato Lombardi.

Siciliani!
“Io vi ho guidati una schiera di prodi, accorsi al­l’eroi­co grido della Sicilia, resto delle battaglie lom­barde.
Noi siamo con voi! e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dun­que!
Chi non impugna un’arma è un codardo e un tra­dito­re della patria. Non vale il pretesto della man­canza d’armi. Noi avremo fucili; ma per ora un’arma qualun­que basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vec­chi derelitti.
All’armi tutti!
La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libe­ra un paese dagli oppressori colla potente volon­tà d’un popolo unito”.
14 Maggio 1860
G. Garibaldi

Fu questo proclama ad illudere i poveri e i braccianti che ora si aspettavano una redistribuzione delle terre tra chi ne era stato il legittimo proprietario, il popolo, prima che i ricchi inglesi le avessero in dono dai borboni. Si aspettavano finalmente il riscatto sociale non sapendo che, allora come oggi, le parole servono solo a farti capire in ritardo, quando ormai nulla più puoi opporre, che ancora una volta qualcuno ti sta fottendo.

Tutto cambia affinchè nulla cambi. Allora come oggi.

I primi tumulti popolari e le proteste dei ‘comunali’ mettono sul chi va là i latifondisti che, ovviamente, mal digeriscono le legittime richieste del popolo. La casta è casta e va si rispettata, ebbe a dire un bel po’ di anni dopo il principe de curtis nella celeberrima ‘livella’. Cominciano le repressioni da parte del potere, con arresti e intimidazioni nei riguardi di molti popolani. È la scintilla che fa appiccare l’incendio, nel senso letterale del termine, a decine e decine di case ed edifici, tra cui  il teatro e l’archivio comunale. A nulla servono le incitazioni dell’avvocato Lombardo a non fare uso della violenza. Comincia una caccia all’uomo guidata da tal Gasparazzo, tra i più facinorosi perchè già vittima della prepotenza di un notabile e ora accecato dall’odio, e il primo bersaglio individuato dal popolo fu il notaio Cannata, primo artefice degli arresti precedentemente eseguiti. l’improvvisato tribunale del popolo condanna a morte sedici notabili. L’arrivo del colonnello Pulè, siciliano anch’egli, e grazie alla mediazione dell’avvocato Lombardo con i rivoltosi, portò una sorta di stop alle armi. I più facinorosi seguirono gasparazzo sulle montagne, gli altri tornarono alla loro quotidianità.

Il sor peppe inviò a bronte il sor bixio, il quale, dopo Aver cacciato pulè, la mattina del 2 agosto del ’60, dichiarò il paese colpevole di lesa umanità e ordinò lo stato d’assedio intimando di consegnare qualsiasi arma detenuta in casa. Stava facendo rispettare la legge, potrebbe dire qualcuno. O piuttosto stava tutelando gli interessi della ducea nelsoniana, da cui era stato informato dell’accaduto e che gli aveva chiesto di ricambiare l’appoggio che gli inglesi stavano dando alla conquista del regno? Sta di fatto che Bixio non rinunciò ad incassare la tassa della guerra, una gabella oraria che il popolo doveva pagare al proprio “liberatore”, tipo le strisce blu di oggi. E poco contava se le avesse o no, se non li aveva li doveva trovare. Una esattoria precursora di equitalia. Cominciò comunque una lotta di poteri e varie furono le delazioni nei confronti dei nemici storici dei singoli. Fu così che colui che pacificamente e nel pieno rispetto della legge avrebbe voluto la redistribuzione delle terre ai contadini, l’avvocato lombardo, fu segnalato a bixio come il maggior responsabile della sommossa. Bixio creò un tribunale misto di guerra che, in meno di 4 ore, decise la sorte di ben 150 persone. Furono condannati a morte l’avvocato lombardo,insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco,lo scemo del villaggio, innocuo e mai violento, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita all’alba del 10 agosto. I condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato in una trombetta di latta. per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti. Il Fraiunco fu indicato tra coloro che andavano giustiziati poiché “dovevano essere in 5 e ne avevano individuati solo 4”

La vergognosa pagina brontiana si chiuse con un proclama di bixio.

Abitanti della Provincia di Catania!

Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti – Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti – Io lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto.

Randazzo 12 agosto 1860.

 

Ancora una volta il popolo fu vittima della propria fiducia verso i potenti che a parole si erano schierati dalla loro parte.

la vera storia dell’italia -3^ parte – da quarto alle porte di bronte

Poco dopo fece ritorno Bixio.

“Peppì, comincia la grande sfida. Partiamo!”

“che bello, e dove andiamo?”

“n’facci’o c…!” sbottò bixio incazzato nero

Da qui poi nacque l’espressione “ad capocchiam” quando si parte senza avere una idea precisa di dove andare.

“uè uè nuie stamme partenne!” gridò bixio a cavour che aveva chiamato sul cellulare.

“non ho capito, che hai detto? Ti sento male.”

“ e dipende da te. Io tengo 5 tacche”

“ah, ti sei portato i tracchi per festeggiare. Bravo!”

“ma quali tracchi!? Tacche, è pieno di tacche!”

“pacche?”

“ si, dentro all’acqua. Accussì secondo me jamme a ferni. È finito il credito. Ci sentiamo dopo.”

“aspè, guarda che dall’inghilterra hanno già fatto partire l’argus e l’intrepid”

“l’angus? E non è na qualità di carne argentina? E c’amma fa cu l’intrepido.nun se putesse avè nu play boy… sai che è, tutto sto tempo a mare… ci dovremo pur arrangiare!”

“argus, cu a r e intrepid. So doie navi inglesi che oggi, 10 maggio, da palermo si stanno spostando a marsala.”

“ a fare che?”

“con la scusa che devono proteggere le fabbriche inglesi di marsala…”

“marsala liquore o marsala città”

“tutte e due, le fabbriche del marsala liquore che stanno a marsala città! E fammi finire. Con la scusa che devono proteggere le fabbriche voi passate e loro si mettono davanti”

“e come passiamo se si mettono davanti?”

“non davanti a voi. A voi vi fanno passare e poi si mettono davanti”

“scusa, allora si mettono di dietro?”

“di dietro a voi!”

“a me? A soreta!”

“Di dietro a voi ma davanti allo stromboli.”

“stromboli? E che c’entra mo? Le isole eolie stanno dall’altro lato. Tu hai detto che andiamo a marsala”

“ma tu fusse strunzo? Stromboli è l’incrociatore borbonico. Arriverà insieme a capri.”

“capri? Uh gesù Giuseppe sant’anna e maria. Ma capri sta nel golfo di napoli. Noi stiamo andando in sicilia.”

“bixio, ti ja sta zitto! C’è la fregata partenope.”

“che cosa?”

“che cosa che?”

“partenope che cosa ci ha fregato?”

“e o vuò sapè a me?”

“camì ma sicuro che a sifilide tutto a posto? Lo hai detto tu che ce l’ha fregata partenope!”

“io ho detto c’è, nel senso che ci sta la fregata partenope”

“ah, c’è con l’apostrofo. E metticelo st’apostrofo quando parli, e che cacchio!”

“m’hanna accidere a me e a quanne me so cecato!” concluse cavour chiudendo la comnunicazione.

“camì… camì… garibà, è caduto cavour!”

“e che s’è fatto?”

“chi?”

“cavour!”

“è caduto nel senso che gli è caduta la linea!”

“me ne sono accorto ca se sta ‘ngrassanno, infatti!”

L’11 maggio, alle 14 in punto, il lombardo e il piemonte, non si sa come, arrivarono a marsala. Piano piano, e da qui il successivo piano marsal, di americana memoria. Le due navi inglesi li fecero passare e poi sbarrarono la strada alle tre navi borboniche che non potettero nemmeno bombardare.

I mille sbarcarono cosi sul porto.

Garibaldi li contò e all’appello, oltre agli 89, ne mancavano altri 224. Erano in tutto 776.

“uè”, gridò garibaldi.” Nientemeno come siamo arrivati in sicilia se so futtute e garibaldine. Ce ne mancano 224. Cacciate e garibaldine si no faccio a denuncia al commissariato”

“e quale commissariato. Non l’hanno ancora creato!”

“un commissariato non ordinario. Uno straordinario!”

“ah, va beh, se è straordinario quella la regione lo paga a tutti, pure a chi non lo fa!”

“voglio sapere dove sono quelli che mancano!” urlò garibaldi

“sono scesi a talamone!”

“talamone? Chillo do torrone?”

“garibbà, tu ce ne staie purtanne. Ja conquistà? E conquista e nun c’affliggere!”

Nel frattempo dall’intrepid cominciarono a sbarcare tutti i marinai. Vestiti con una camicia rossa.

“ma che è carnevale?” domandò garibaldi

“no, sono tifosi del liverpool, stanno andando a vedere la partita!”

Con la scusa della partita, gli hooligans inglesi si mischiarono ai garibaldini impedendo ai napoletani di sparare.

Immediatamente dal paesino inviarono proteste a londra dicendo qua so sbarcati gli hooligans. Ma londra rispose, no, sono tifosi del Belgio. A noi il campionato è fermo!”

Il presidente della federazione disse: va be!

E fu così che il sor bandito Peppe e i suoi sbarcarono nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fecero fu quella di  saccheggiare tutto ciò che fu possibile, al grido: gualiù nun se po maie sapè. Accumminciamme a piglià ca doppo nun se sa.

Il 13 Maggio il sor Peppe occupò Salemi, stavolta nell’entusiasmo generale, perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unì a lui con una banda di “picciotti”. Qui si proclamò “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”. Titolo poi ereditato da Crisafulli del pd in nome del re Napolitano e delle larghe intese (corsi e ricorsi storici). Questo è uno sgarbo gli dissero quelli del posto, ma dato che il sor peppe teneva sulo meza recchia, capiì sgarbi, e infatti, molti anni dopo, lo fecero diventare sindaco del posto.

Il 15 Maggio fu il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille erano diventati almeno duemila perché si unirono a loro i “picciotti” siciliani a cui fu promesso un posto alla forestale, inglesi e marmaglie insorte, e sfidarono i soldati borbonici al comando del Generale Landi. Mo, a parte quello che cesare abba, scrittore di nota fantasia, annotò raccontando di questo conflitto come di un miracolo del sor Peppe e dei suoi uomini, nella realtà si trattò del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento. I primi a far fuoco furono i “picciotti” che vennero decimati dai fucili dei soldati Napoletani. Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assaltò i garibaldini rischiando la sua stessa vita. il Generale Nino Bixio chiese al sor Peppe di la ritirata.

“ e te pare o mumento di andare al cesso?” chiese garibaldi.

Nel frattempo,  il Generale Landi, che già aveva rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse” mascherandosi dietro un “nun putimme accattà a nisciuno per il far play finanziario”, fece suonare le trombe in segno di ritirata. Uno dei mille corse da garibaldi gridando “la tromba!”

Garibaldi capì “si tromba” e, ‘ngrifato come stava, si lanciò all’attacco  colpendo  alle spalle i borbonici che erano in ritirata e compiendo così il “miracolo” di Calatafimi, da non confondersi con il miracolo di altafini, che alle spalle prese la moglie di barison.

Riconoscendo i meriti al generale Landi, immediatamente il sor peppe gli firmò un assegno di 14000 ducati e lo nominò generale di corpo d’armata. Landi se ne andò a ischia convinto di avere i soldi per farsi i bagni, ma invece, un anno più tardi, quando si presentò al Banco di Napoli per incassare i 14.000 ducati d’oro datagli dal sor Peppe, scoprì che sulla sua copia c’erano tre zeri di troppo. I ducati erano 14. Il sor Peppe, in pratica, gli fece il pacco e lui se lo prese nelle pacche. Landi, per questa delusione, fu colpito da ictus e morì, alla faccia di merda sua che non possa trovare pace nemmeno nell’aldilà.

Il sor Peppe ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltrò nel cuore della Sicilia, mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllavano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese seguiva in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza, dato che di garibaldi non si fidavano perché poteva fare una stronzata da un momento all’altro. E per questo motivo gli inglesi fecero arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e soldi per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Dato che al sud c’era il mare, nacque così l’idea  della colonia marina.con tangenti e corruzioni gli inglesi dettero a garibaldi notizie certe fino a farlo entrare a Palermo.

Come arrivò a Palermo gli si fece incontro un uomo che gli offrì, pane e panelle e pane cu a meuza!

“buono” esclamò garibaldi. “che cos’è?”

“pane cu a meuza”

“ah, solo meuza, e quell’altra meuza chi se la mangia?”

“mii, cazzo come sei spiritoso”

Garibaldi, avendo solo mezza recchia, capì a Milazzo trovi tutte cose. E detto fatto partì per milazzo.

Qui, ormai rafforzato da uomini e armi moderne, vince la battaglia contro i borbonici. Gli erano arrivati, infatti, in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.

“che è questo?” chiese garibaldi guardando il fucile.

“un fucile rigato!”

“Bello. Con le righe il colpo non esce dalla direzione. Bravi. Bella invenzione! E questa?”

“la colt!”

“ e chi l’ha colt?”

“che cosa?”

“hai detto la colt!”

“si, ma senza apostrofo e senza acca!”

“e impara a parlare. Quando parli togli l’apostrofo e togli la acca, se no uno come fa a capire?”

“va buo, chiste è scemo proprio!” pensò l’altro.

Siamo giunti così a fine luglio, alle soglie di uno dei massacri più violenti e sanguinosi che la storia di questo paese possa mai ricordare. Bronte.

E perdonatemi se non proverò a strapparvi un sorriso, ma sugli stermini non si ride, si prova solo orrore.

Siamo nella provincia di Catania, alle pendici dell’etna.

Anche allora, come oggi, la contrapposizione era tra i ricchi e i poveri. (e qua sarebbe stato semplice inserire una battuta, ma come detto, non me la sento). I primi continuavano ad arricchirsi sulle spalle dei poveri, che si impoverivano sempre di più. Da un lato i latifondisti, proprietari terrieri capeggiati dagli eredi dell’inglese nelson, quindi coloro che avevano praticamente permesso a Cavour di avviare la rapina al regno, e dall’altra i braccianti, i ‘comunisti o comunali’, capeggiati dall’avocato Lombardi.

Siciliani!
“Io vi ho guidati una schiera di prodi, accorsi al­l’eroi­co grido della Sicilia, resto delle battaglie lom­barde.
Noi siamo con voi! e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dun­que!
Chi non impugna un’arma è un codardo e un tra­dito­re della patria. Non vale il pretesto della man­canza d’armi. Noi avremo fucili; ma per ora un’arma qualun­que basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vec­chi derelitti.
All’armi tutti!
La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si libe­ra un paese dagli oppressori colla potente volon­tà d’un popolo unito”.
14 Maggio 1860
G. Garibaldi

Fu questo proclama ad illudere i poveri e i braccianti che ora si aspettavano una redistribuzione delle terre tra chi ne era stato il legittimo proprietario, il popolo, prima che i ricchi inglesi le avessero in dono dai borboni. Si aspettavano finalmente il riscatto sociale non sapendo che, allora come oggi, le parole servono solo a farti capire in ritardo, quando ormai nulla più puoi opporre, che ancora una volta qualcuno ti sta fottendo.

Tutto cambia affinchè nulla cambi. Allora come oggi.

la vera storia dell’italia 2^ parte – ci si prepara alla partenza

Dunque, dicevo, chi gliela poteva far vincere? Ci voleva un combattente. Qualcuno che se mettesse a capo di tutto.
Il sor Camillo si guardò intorno per individuare la persona che faceva per lui ma il problema glielo risolse Mazzini avendola conosciuta nei bassifondi malfamati di Marsiglia, qualche anno prima, nel 1833.
Si chiamava Peppe Garibaldi.
Chi era costui?
Un avventuriero senza scrupoli, uno che girava il mondo andando alla ricerca dell’affare più consistente, al punto che in sud America, beccatolo con le mani nella marmellata, gli tagliarono il lobo di un orecchio, che per loro voleva significare “Attenzione, chiste è a schifezza e l’uommene perchè è un ladro e un pedofilo”. Era per questo che portava i capelli lunghi, mentre lui diceva che era per seguire la moda. non era vero perché i beatles nacquero più tardi. Il sor Peppe, insomma, non era propriamente quello che si poteva definire una persona perbene. Era scappato dalla terra natìa perché condannato a morte, e dato che a santo Domingo non c’erano ancora le banche dove farsi fare un versamento dagli amici degli amici, se n’era andato in sud America, dove fu soprannominato l’erode dei due mondi, per il fatto che come aveva la possibilità di mettere le mani su una ragazzina, non ci pensava due volte. In pratica aveva inventato già a quei tempi il turismo sessuale.
Il sor Peppe, come i pirati d’altri tempi, aveva ideato per se e per i suoi accoliti, una divisa che si rifaceva a quella indossata dai macellai dell’epoca, di colore rosso, in modo che non si notassero le macchie di sangue che imbrattavano le casacche quando erano nell’esercizio della loro funzione, specialmente quella di macellazione.

Garibaldi era alto appena 1,65 metri ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, come detto, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare dei Rio Grande do Sol al servizio degli inglesi, che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree, e per circa sei mesi trasportò schiavi cinesi nel Perù.
Il sor Camillo chiamò il sor Peppe e gli propose il patto: “tu mi dai una mano e io ricambio mettendosi a disposizione un avvocato, ci facciamo un paio di leggi e i tuoi reati vanno in prescrizione. Ti farò entrare in Parlamento una volta uniti i paesi.”
“Ma io sono un pregiudicato!” osservò l’altro
“E che fa!?” rispose il sor Camillo sorridendo. “ Anzi, in futuro potresti fare anche il ministro”
Aspè, secondo me sto facendo nuovamente confusione con i personaggi. Però sono convinto che la proposta fu più o meno la stessa.
Il sor Peppe accettò.
“quando parto?” chiese
“Non devi avere fretta. Ci dobbiamo giocare questa partita nel modo migliore per vincerla.” rispose il sor Camillo.
E dato che dalle parti di torino le partite si vincono solo se se le comprano, il sor Camillo chiese aiuto al paese straniero.
“Noi ci dobbiamo comprare una partita. Non è che ci potete prestare qualcuno che vada a corrompere un po’ di gente?” domandò
“Noi al massimo ti possiamo prestare i soldi per la scommessa e po’ spartimme” risposero gli altri.
“E a chi mi rivolgo?” si chiese il sor Camillo.
“io due persone ce le avrei” disse Mazzini. “solo che loro ci credono davvero. Tu faglielo credere, l’importante è che fanno quello che serve a noi.”
E fu cosi che Rosolino Pilo e Giovanni Corrao furono mandati in Sicilia con il compito di corrompere quanta più gente possibile. Ovviamente cominciarono dai ricchi nobili, i quali, avendo dei possedimenti, si erano circondati di quello che può essere considerato un mini esercito di uomini fedeli.
“Chi me da a mangià o chiammo papà!” si dice a Napoli.
E fu cosi che sovvenzionato dal paese estero amico del sor Camillo, il sor Peppe organizzò “ un vero e proprio atto di pirateria internazionale compiuto ignorando tutte le norme di diritto internazionale.” In verità lui organizzò ben poco perché fecero tutto gli altri. Dalle mie parti diciamo “O facettero truvà o cocco munnato e buono!”

Furono assoldati feroci mercenari che andarono a formare quella che fu chiamata la legione britannica, assassini senza scrupoli che avrebbero dovuto aiutare il sor Peppe nella sua spedizione. Furono tirati fuori dalle carceri il fior fiore degli assassini e a ognuno di loro fu promesso che avrebbero potuto fare quello che volevano, stupri, furti, violenze. L’importante era raggiungere il risultato. Normalmente in queste situazioni, quando cioè stava per partire una invasione, tutti gli stati d’Europa dovevano essere informati e a loro volta avrebbero dovuto informare il paese che stava per essere invaso. Ma stranamente al paese che stava per essere invaso e derubato non giunsero mai tutte le comunicazioni che avrebbero dovuto avvertirlo di quello che ormai tutti sapevano.
“Ma come mai non arrivano dispacci dagli altri paesi?” si chiedevano.
“C’è lo sciopero delle poste! “ era la risposta.
Il sor Peppe fu convocato e si presentò a rapporto dal sor Camillo.
“Sei pronto?” gli chiese o curto.
“Pronto!” rispose peppe.
“Chi parla?”
“Non lo so. Facciamo una volta per uno.”
“E posa stu telefono, stai sempe a pazzià! Vai!” disse Camillo.
“A pede?” domandò peppe
“E perché a pede?” ridomandò Camillo.
“In verità tengo la macchina dal carrozziere e non ho rinnovato l’assicurazione perché ho fatto due trastole e aspetto prima il risarcimento.” Spiegò Peppe.
“E comme se fa?”
“Me piglio o tram?”
“E che ne fai? Quello il binario per mare non c’è!”
“Ma perché, devo andare per mare?”
“E per forza! La Sicilia è un’isola!”
“E che significa?”
“Significa che non è collegata a terra”
“Allora sta sospesa in aria?”
“Peppì, ma fusse strunzo?” chiese il sor Camillo.
“Hai fatto la cacca stamattina?” aggiunse.
Non gli sembrava vero di aver trovato qualcuno che non glielo avesse chiesto e onde evitare lo fece lui per primo.
Pensò per qualche secondo e trovò la soluzione.
“Mo chiamo un amico mio che in genere andiamo a mignotte insieme e vedo se mi presta due navi. Però per non metterlo in mezzo dovremo dire che le hai rubate?”
“E che ne faccio delle navi?” chiese Peppe
“Vai a Marsala!” rispose Camillo.
“vedi che progressi la scienza. Una volta andavano a carbone? Mo hanno fatto i motori che vanno a marsala!”
“Ma che hai capito? Mi devi prendere Marsala!”
“E non la posso prendere al bar sotto al palazzo?”
Camillo preoccupato dell’intelligenza del sor Peppe chiamò i suoi amici stranieri.
“Sentite, chisto è tutto scemo. Secondo me lo dobbiamo aiutare perché se no fa qualche guaio”

“Non ti preoccupare” risposero gli altri. “ora gli mettiamo dietro qualcuno”
“E perché, gli volete mettere qualcuno dietro? è gay?” chiese Camillo.
“Ih che coppia!” pensarono gli amici stranieri.
Si organizzarono e furono pronti.
Camillo chiamò nuovamente Peppe.
“Partirai da quarto!” gli disse
“E i primi tre chi saranno?” domandò Peppe.
Il sor Camillo si fece il segno della croce.
“Peppì, dimmi na cosa, ma tuo padre si chiama per caso Umberto e ha fondato un partito?” gli chiese
“No, perché?”
“Niente” rispose Camillo. “Una mia curiosità!”

“sei laureato in albania?”

“non lo so!”

“cazzo è isso. Laureato a sua insaputa! Ma tuo padre ce l’ha duro e si abbevera cu l’acqua del pò?”

“l’acqua? Papà se fa dodici litri di vino al giorno!”
“perfetto, allora nun è isso. Ascolta,ora vai a quarto e fingi di rubare le navi” ordinò
“Faccio solo finta e me ne torno?” chiese Peppe.
“Aggio capito” disse Camillo. “Mo ti mando un altro amico mio che ti da una mano.”
E fu cosi che il 5 maggio del 1860 il sor bandito Peppe è pronto a partire da Quarto.
Arrivato sul molo a Genova chiese a un uomo : “Scusate mi sapete indicare quali sono le navi che devo far finta di rubare?”
“No, però ti posso consigliare uno spacciatore migliore del tuo” gli rispose l’altro.
E si presentò.
“Mi chiamo Nino Bixio. Mi ha mandato il sor Camillo. Famme nu piacere, statte zitto e nun fa guai. Di volta in volta ti dico quello che devi fare e facciamo finta che sei tu a comandare. Va buò?”
“Va buò” acconsentì Peppe.
“Mo visto che è tardi e devo pure andare in bagno, dove vado?” chiese a Bixio
“Avviati a Quarto che mo vengo. Il tempo che m’arrobbo due navi e ci organizziamo”
Garibaldi si allontanò e Bixio salì a bordo del lombardo, si calò in testa un cappello da colonnello, se lo calcò sulla fronte e disse:” Signori, io mi sto arrobbando questa nave e da questo momento in poi comando io.”

Uno dei marinai della nave lo guardò e chiese: “Scusate possiamo sapere come vi chiamate? Perché in verità a noi ci è stato detto che ci dovevamo far arrubbare o da Bixio o da Garibaldi, e se voi non siete nessuno dei due vi consiglio di andarvene prima ca ve sfravecamme e mazzate!”
“Io sono il colonnello bixio!” rispose l’altro.
“Ah, perfetto. Allora ci potete arrubbare. Solo una firma qua per ricevuta e scendiamo”
“Bene” grido Bixio. “Mettiamo in moto”
Il marinaio che si stava allontanando con la ricevuta firmata si fermò e lo guardò.
“A proposito. Questa tiene problemi alla messa in moto. O sai accuncià nu motore?”
“No”
“ e allora parte solo a spinta”
“E mo devo trovare na decina e guagliune che mi danno na vuttata, sta cacchio e nave nun sta manco in discesa ca uno levava il freno ingranava la marcia e via”
Come fu come non fu, bixio arrivò a quarto ma garibaldi non c’era.
“e mo chiste addò sta? Pensò bixio.
E fu cosi che si inoltrò nei vicoli del porto e trovò peppe o curto che si appendeva vicino a nu bancariello del gioco delle tre carte e intanto gli avevano levato pure le mutande.
Bixio lo prese per il codino e se lo tirò.
“Dove mi porti?” Chiese peppe mezzo nzallanuto
“Piemonte!” rispose l’altro.
“N’ata vota?” ribattè Peppe. “Io mo sto venendo da Torino”
“Hai fatto la cacca stamattina?” gli chiese Bixio. “Piemonte è il nome della nave su cui devi salire”
“E tu dove vai?” domandò Peppe
“Lombardo!” rispose Bixio
“Ma chi, il presidente della regione Sicilia?” chiese ancora l’altro
“Ma ci hai mai pensato di andare a Zelig? Checco Zalone te fa nu baffo!”
Lo prese per un braccio e lo accompagnò alla nave.
Arrivato sulla nave il sor Peppe si informò sulla consistenza del gruppo.
“Quanti siamo?” domandò a Bixio.
“1089” rispose l’altro.
“Allora non si può fare! dobbiamo sospendere tutto.”
“E perché?” chiese Bixio
“Ce ne sono 89 in più. Questa si chiama spedizione dei mille. Cosi la dobbiamo chiamare spedizione dei 1089. Vorrà dire che per strada ne facciamo scendere 89. Chi sono? Da dove vengono?”
“Sono tutte persone col pedigree controllato: malavitosi, assassini. Tutte persone degne. Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione”
“ecco, hai visto? I soliti meridionali che si infilano dappertutto. Faremo scendere loro. Vengono per la causa?”

“Ma quale causa. Quello il tribunale gliel’ha spostata fra due anni e l’avvocato s’è dimesso.”

“e che c’entra? Io intendevo la nostra causa.”

“manco a te è venuto il perito? Ua, st’assicurazioni che non pagano. Manco cchiù na truffa se po fa! Ma tu cu chi la tieni assicurata?”

“ cu mammeta. Futte e incendio!”

“ e paghi assaje?”

“quatte soldi. 12 a botta. Tengo abbonamento! Ma torniamo a noi. I napoletani vengono a gratis?”

“ a gratis? Chille o presidente è de laurentis. Llà si nun miette e solde ‘ncopp’a tavola e quanne te fa venì! sono pagati profumatamente per essere della partita in modo da poter dare anche indicazioni per gli spostamenti da fare.”
“Non abbiamo nemmeno un tom tom?”
“Peppì, aggie pacienza, statte zitte!”
“Va buò, fa tu. Dove andiamo?”
“Ora preparo la rotta e ti dico”
“E chi l’ha rotta? Non se ne poteva prendere una intera cosi evitavi di prepararla?”
“Peppì, me ci sei venuto o ti ci hanno mandato?”
“Mi ci ha mandato Camillo”
“E aspetti che ti ci mandi pure io?”
E senza aspettare ulteriori risposte o commenti, fece il segno della croce con la mano sinistra e si allontanò.
Salito a bordo si guardò intorno e vedendo da quali facce era circondato immediatamente si presentò
“Sono il generale Garibaldi!” tuonò
Da un angolo della nave partì una pernacchia!
“Che era?” chiese Garibaldi
“il tempo. Qualche tuono in lontananza!” rispose uno degli uomini che sdraiati sul ponte della nave stava prendendo il sole.
“Generà!” gridò un altro.
E immediatamente da un altro angolo partì una seconda pernacchia.
Garibaldi guardò il cielo.
“Secondo me si sta preparando un temporale” sentenziò!
“A che ora si parte?” chiese ancora un altro
“il tempo che Bixio ripara quella cosa che si è rotta e ce ne andiamo. Avete fatto il pieno di Marsala? Non vorrei correre il rischio di restare senza carburante”
“Azz, chiste gia sta mbriaco!” commentarono gli uomini.
“Venite generale, vi accompagno alla vostra cabina!” disse uno degli uomini che sembrava un po’ più per bene degli altri. Un certo Cesare Abba, scrittore.
“Cabina? Cacchio, mi sono dimenticato il costume. Va buò, non fa niente, non me lo faccio il bagno. Si può avere pure un ombrellone e una sdraio?”
Nel sentire quelle parole Abba si fermò a riflettere per un secondo.
“E io dovrei fare il resocontista delle gesta di questo? Mi avevano detto che doveva essere una biografia, ma ce ne vorrà un bel po’ di fantasia per farlo passare per eroe.” pensò
“Faccio strada” gli disse.
“Ah bravo. Avete l’impresa di costruzioni!”
“Ma chi m’ha cecato!” pensò Abba

“come vi chiamate?” chiese peppe a cesare.

“abba!”

“azz, e me la cantate mamma mia? Jamme, me piace assaje. Mamma mia, lalalalalalalà, ah, ah. Le parole non le so perché è straniera!”

“Ma pecchè, pecchè, pecchè?” si chiese Abba schiaffeggiandosi.

la vera storia dell’italia 1^ parte situazione inziale e ideazione dell’impresa

Come nasce l’Italia? Da dove si parte? E come nelle fiabe si comincia con …

cartina

C’era una volta un paesino pieno di debiti, senza un soldo in cassa, senza risorse a cui attingere e con molti abitanti affetti da cretinismo derivante da sottoalimentazione (e la storia ci confermerà che il cretinismo è ereditario. conoscete Borghezio? appunto!) Il capo di questo paesino si chiamava Camillo, uno che quando nacque la mamma lo voleva buttare. fu il padre ad opporsi.

“perchè buttarlo? per male che vada o mettimme int’a na gabbietta e la gente pagherà per dargli le noccioline, tipo scignetella”

Non molto alto, anzi, decisamente basso, bruttulillo sarebbe un eufemismo. nu cesso d’omme!!!!

i genitori allora decisero di portarlo presso la miracolosa statua della vergine ridente così chiamata perché come lo posizionarono la vergine cominciò prima a ridere, poi a piangere con lacrime enormi, a singhiozzi.

“perchè piange, o vergine?” chiese la madre di Camillo.

“Perchè fino ad ora ho sempre fatto i miracoli, ma io cu chiste comme o faccio? ccà ce vò tutto o paradiso”

“E come possiamo fare?” chiese la madre del ragazzo

“Immergetelo in una piscina di acqua benedetta!”

“Per il miracolo?”

“No, per affogarlo. l’indifferenziata non l’hanno ancora inventata e non saprei dove farvelo buttare. scioglietelo nell’acido!”

Ma ancora una volta il padre si oppose.
“Ma perchè lo dobbiamo ammazzare? fammi fare qualche tentativo, per male che vada gli facciamo fare il professore universitario economista. se lo farà Brunetta perchè non lo potrebbe fare lui?”
Brunetta non era ancora nato ma il padre di Camillo già sapeva della sua venuta sulla terra.
la famiglia di Camillo era una famiglia molto importante, altolocata, con decine di titoli nel biglietto da visita, che proprio per l’occorrenza veniva stilato su lenzuola di cotone invece che sulla carta.
Il ragazzo crebbe, d’età, e il padre decise di provare a dargli una mano. inizialmente pensò di dargliele tutte e due, in faccia, poi riflettè e fece il tentativo. poiche a quel tempo non esistavano ancora i listini bloccati alle regioni ne i nominati per meriti boccacceschi al parlamento (voi direte perchè Camillo rientrerebbe nei meriti boccacceschi? per tutte le volte che lo mandavano affanculo!), il padre gli fece fare il sindaco di Grinzane, e questo senza che Camillo tenesse un solo comizio. meglio di lui, 160 anni più tardi, farà solo l’on. pisacane del pdl, che riuscì a far eleggere la moglie mettendo il suo cognome sul manifesto al posto di quello della consorte, mentre la stessa portava avanti la gravidanza e partoriva in clinica. chi la votò nun sapeva nemmeno che era donna.
il primo giorno che Camillo si presentò al comune, un usciere gli si parò davanti.
“Passallà!” gridò. “Gli animali non possono entrare. non lo sa il tuo padrone che se ti prende l’acchiappacani senza la targhetta po so cazzi?”

“ma io non sono un cane!” replicò Camillo
“Oh cazzo! un animale che parla!” sbottò sbalordito l’usciere.
“Ma quale animale” protestò Camillo. “Io sono il sindaco!”
L’usciere lo scrutò, poi con molta cautela, per evitare un morso, gli prese il gomito e glielo spinse in avanti.
“Ma ci faccia il piacere!”
“Lo dico a Papy!”
papy papy. Questo papy mi ricorda qualcosa. mah!!!!
il giorno dopo camillo fu accompagnato dal papy al nuovo ufficio e l’usciere fu immediatamente licenziato perchè risultò che non aveva fatto l’antirabbia, quindi infettivo e pericoloso per gli altri.
però di camillo si poteva dire tutto tranne che non apprendeva velocemente, per cui mano mano che crebbe,sempre solo d’età, migliorò e divenne infatti un puttaniere, un intrallazzatore, un corruttore e farabutto senza scrupoli, e intanto coltivava molte conoscenze all’estero, specialmente in inghilterra dove conobbe un certo mills.
Pure stu nomme mi ricorda qualcosa, specialmente se associato a un puttaniere, intrallazzatore. mah!
grazie a una di queste amicizie, e precisamente a quella col signor d’azeglio, primo ministro del regno di sardegna, riuscì a diventare anch’egli ministro. il re non avrebbe voluto perchè lo considerava troppo imbecille, ma il sor d’azeglio gli fece l’esempio di gasparri e il re dovette arrendersi, però congedandolo, gli disse:
“Come dirà tra qualche anno De Andrè, non ti fidare di quelli troppo bassi, perché hanno il buco del deretano vicino alla bocca.”
“Che vorrà dire?” si chiese il sor D’Azeglio.
Lo scoprì qualche anno dopo quando il sor Camillo riuscì con intrallazzi vari a prenderne il posto. Come fece? Fece una intesa tra forze di destra e forze di sinistra, una specie di partito della nazione. Aspè, questo nome mi ricorda qualcosa… mah! Convogliò tutti in un solo calderone eliminando i due estremi, fece fuori politicamente d’azeglio, dopo che gli aveva detto massimo stai sereno, e ne prese il posto. Stai sereno? Ma io questa cosa l’ho già sentita… mah!
Da quel momento divenne primo ministro con il compito di governare il suo paesino, il Piemonte, col compito di curarne gli interessi, tipo mezzadro, per capirci. A Napoli direbbero faceva o guaglione! Gli interessi però, quelli pubblici li curò male, certo anche per l’incapacità degli abitanti di quel paese che si alimentavano, quando potevano, solo con riso e pesci d’acqua dolce, principalmente le trote, pesce notoriamente privo di fosforo (chi sa perché sto fatto mi ricorda qualcosa! Mah!)ilk fosforo aiuta la memoria, e molti abitanti di quel paese ormai l’avevano persa, erano distratti. Per esempio c’era chi si laureava in albania a sua insaputa, chi gli ristrutturavano casa a spese dei contribuenti e lui non lo sapeva. distratti.

In effetti il sor Camillo, prima di curare gli interessi del popolo, ormai alla fame, aveva ben pensato di curare i propri, pensando al futuro dei figli. Loro. Mica nostri, mettendo in piedi un vero e proprio conflitto di interessi.
(non so perché ma questo sor Camillo mi ricorda sempre di più qualcun altro, corto, puttaniere, mariuolo. Ce l’ho proprio qua, in punta di lingua ma non mi sovviene il nome. Se mi dovesse venire in mente, ve lo dirò più avanti). Un Lapo Elkann d’altri tempi! I debiti erano tanti, ma come detto, erano tante anche le conoscenze. Quando il sor Camillo si rese conto che pure i sorci se ne scappavano dal paese da lui amministrato perché a famma è famma, la prima cosa che fece fu di andare dal suo padrone a chiedere soldi.
“J’ai besoin d’argent” disse.
Che tradotto nella nostra lingua significa più o meno “mi servono soldi perché stiamo con le pacche nell’acqua” .
Il suo padrone, che in quel momento stava scrivendo, alzò gli occhi dal foglio e lo guardò.
“Camì, Descends de mes épaules” rispose il padrone.
Che tradotto significa più o meno “ Camì, Scinneme a cuollo”
“Mais ce n’est pas ma faute” disse Camillo, cioè, non è colpa mia.
L’altro lo guardò e gli disse :” si le cerveau était une feuille de l’oignon dans la tête vous Genovese sauce.”
Che tradotto significa: “ si ‘o cervello è na sfoglia e cepolla, Camì, tu ncapa tieni a genovese!”
Allora Camillo andò dall’amico straniero.
“Can you lend me some money?” chiese. Mi puoi prestare dei soldi.
L’altro lo guardò e chiese a sua volta:” You have already done a poo this morning?”
Che tradotto significa più o meno “ l’hai fatta la cacca stamattina?”
Che faccio, che non faccio, il sor Camillo cominciò a scervellarsi sul come risolvere il suo problema. E dove li prendo i soldi? Vado in giro chiedendo “tenisseve cento lire, devo fare il biglietto per la metropolitana?”. “Mi metto a fare il parcheggiatore ABUSIVO? “ Gira che ti rigira, pensa che ti ripensa, il sor(cio) Camillo, e i suoi padroni, parlando con il padrone dell’altro paese straniero, pensarono bene di guardarsi intorno e vedere se c’era modo di trovarli da qualche altra parte questi benedetti soldi.
“Facciamo una rapina” propose il sor Camillo.“
“E chi rapiniamo?” chiesero i suoi padroni
“Io un’idea ce l’avrei” si inserì il capo del paese straniero. “proprio vicino a voi c’è un paese molto interessante a cui farei un pensierino.”
Poco lontano da questo paesino, infatti, c’era un altro paese, con risorse economiche notevoli, pieno di iniziative culturali, industriali e dove il popolo era tutt’altro che affetto da cretinismo, anzi. Erano talmente benestanti che non riuscivano a intendere il significato di “stai in guardia”. Li definirei bonaccioni tontoloni. C’era il più basso tasso di criminalità in assoluto, era stato costruito, in soli 270 giorni, il primo teatro moderno del mondo, la prima ferrovia, la più importante flotta navale del mediterraneo, il commercio con l’estero era fiorente, erano la terza potenza industriale europea e i suoi abitanti erano al secondo posto per reddito procapite. Avevano alle spalle centinaia di anni di cultura, i più grandi pittori andavano là, avevano creato la prima scuola di musica al mondo, insomma, si stava proprio con i cacchi!

A capo di questo paesino vi era un gran signore che, pensate, qualsiasi investimento c’era da fare per migliorare le condizione del paese, lo faceva prendendo soldi dalle sue casse e senza mai aumentare le tasse. Il paradiso, direte voi? Beh, considerando che c’era sempre il sole, avevano un mare stupendo, io direi , se non proprio il paradiso, quasi!
E forse per questo al sor Camillo un po’ gli bruciava il didietro!
Come fu come non fu, il gran signore improvvisamente morì (quando si dice a sciorta!). E chi diventò capo del paesino? Il figlio, un ragazzotto che poca dimestichezza aveva nelle questioni di guerra e in quelle diplomatiche (oggi qualcuno lo avrebbe definito un bamboccione).
Cricco, Crocco e manico Uncino, cioè il sor Camillo e i suoi amici, appena ebbero la notizia della morte del gran signore, si guardarono in faccia e si dissero: ” Oilloco, oì. questo è il momento. Ora o mai più. Mettiamo i soldi sul tavolo e pigliammece a higuain! No, scusate questo è successo dopo.”
Mo, vi chiederete voi, ma che interesse avevano quelli del paese straniero a dare una mano al sor Camillo?
La risposta è sempre la stessa: erano cchiù fetiente del sor Camillo e dei suoi padroni. Volevano arraffare più soldi, avere più potere e, pensate un po’, il paesino ricco era talmente ricco che addirittura aveva permesso già ai signori del paese straniero complice del sor Camillo di sfruttare le miniere di zolfo che erano presenti in una parte del paesino ricco. E considerando che lo zolfo a quel tempo era come il petrolio di oggi, pensate che regalo gli avevano fatto. Nun se po ffà nu piacere a nisciuno, avrebbe detto, qualche anno dopo, un grande attore nato anch’egli nel paesino paradiso in terra.
Questo paesino, poi, aveva un’altra grave colpa perché era benvoluto dallo stato Pontifico, al punto che quest’ultimo aveva creato una propria sede proprio la.
E che c’entra lo stato Pontificio? Vi chiederete voi.

C’entra, c’entra. A parte il fatto che da quando esiste il mondo lo stato pontifico c’entra sempre in tutto quello che accade, (se non ci credete chiedete a Sindona, Calvi, Giordano Bruno, La banda della magliana, etc etc )ma a quel tempo, in più, lo stato pontificio era a capo non della sola città del vaticano, come ora, ma aveva diretti possedimenti che andavano a cozzare con gli interessi del paese straniero amico del sor Camillo.
E si ritorna ai soldi.
E dato che i soldi fanno venire la vista ai ciechi, il sor Camillo, capendo che mai e poi mai avrebbe potuto recuperare l’economia del paese da lui governato, con l’aiuto di quelle conoscenze all’estero con cui era indebitato e che decisero di finanziarlo di nascosto, decise di derubare il paese confinante cosi nello stesso tempo avrebbe risanato le casse del suo paese e avrebbe fatto un piacere a un amico straniero. Ma non poteva trattarsi di un furto esplicito, altrimenti avrebbe suscitato lo sdegno di tutti gli altri paesi. E allora cosa pensò di fare? “Apparteniamo allo stesso popolo” cominciò a urlare a destra e a manca. vesuvio vesuvio lavali col fuoco!“ i due paesi confinanti sono il frutto della stessa razza, della stessa gente. Sangue dello stesso sangue. Dobbiamo fare in modo che il sangue non si divida ma si unisca. I due paesi devono diventare un unico paese. Dobbiamo creare la stessa patria. Ecco, dobbiamo trasformarci in Patrioti! Siamo tutti fratelli. Li dobbiamo liberare”

Gli abitanti del paesino ricco, sentendo tutto questo rispondevano in coro:
“ Ma chi ve sape? Ma qua fratelli, ne Camì, se tu nun saie nemmeno mammete che mestiere faceva? ma liberare da che? chi v’’a chiesto niente , cu stu fatte della libertà e democrazia ve sapimme e ve saparrà pure Saddam Hussein. Camì, aggie pacienza, hai fatto la cacca stamattina?”
Ma il sor Camillo insisteva: “dobbiamo salvarli dal pericolo dei comunisti!” (azz, ma allora è vizio!!!) e per avere una forza più penetrante, dato che a quei tempi non esisteva il viagra, pensò bene di avvicinare un personaggio niente male, che guarda caso si chiamava Giuseppe, il quale, probabilmente sotto l’influsso delle droghe leggere, aveva fondato una società segreta, detta anche società carbonara, nome derivante dai piatti di pasta pancetta e uova che si scofanavano a ogni riunione. Tutte persone perbene, al punto che per procurarsi da vivere rapinavano banche, saccheggiavano o bruciavano le aziende, se da queste non veniva pagato il pizzo e sequestravano persone per ricavarne un riscatto. In tutta Italia si diffuse la frase” Mazzini Autorizza Furti, Incendi e Attentati (o avvelenamenti)” Questa frase è stata accorciata nella sigla, MAFIA, nasce ora la criminalità organizzata. Io ho il dubbio che Mazzini di cognome in effetti facesse Riina, ma questo è un pensiero mio.
Il sor Camillo incontrò il sor Mazzini e gli fece la proposta.
“Senti,” gli disse, “ io sto provando a mettere le mani su un paese ricco. Che dici, sei con me?” Mazzini lo guardò e chiese: “Soldi ne tieni?”
“ E si tenevo e soldi veneve a chiammà a te?” ribattè il sor Camillo. “ me n’accattave tutte sigari e mignotte!”
“ E tu non potendo metterlo a quel servizio alle mignotte mo vulisse mettere a chillu servizio a me?” rispose il sor Mazzini.” Camì, hai fatto la cacca stamattina?”
Il sor Camillo si fermò a riflettere. “Ma com’è che mi mandano tutti a cagare?”
“ E se ti facessi intestare una piazza in ogni città? E se ti promettessi un milione di posti di lavoro? E se ti eliminassi l’ici? E se ti eliminassi il bollo della macchina? E se ti facessi fare un’elegante cena a casa mia, con un sacco di amiche di bocca buona? E se ti presentassi un amico mio che dirige un telegiornale? E un altro che ha a che fare con gente che si siede sul trono?”
“Trono?” domandò Mazzini. “nel senso di regnanti?”
“No, nel senso di marchettari”
Io non ho capito se sto facendo un poco di confusione confondendo i nani truffatori, ma a me sta cosa mi ricorda qualcun altro. cacchio non mi iene il nome, però, come dicevo, se mi dovesse venire ve lo dirò più avanti. In ogni caso, più o meno le cose andarono cosi come ho raccontato, magari le cose offerte erano di altro tipo.
Il sor Mazzini, che mai aveva lavorato in vita sua, attratto da tanto ben di dio, lo guardò e gli disse: “Camì, ma non è che pensi che io sia imbecille al punto da credere a tutte le tue promesse? Pensi davvero che qualcuno possa credere a questa specie di contratto con gli italiani?”
“Ma io lo firmo davanti a te” rispose il sor Camillo. “ e per dimostrati che faccio sul serio ti voglio dare un’anticipazione. Ho portato con me un’amica, che fa certi giochini. Si chiama Italia.”
Mazzini, con la bava alla bocca, lo guardò e chiese” E’ giovane? ”
“Giovanissima” rispose l’altro.

“Bene” chiosò Mazzini. “Facciamoci la giovine Italia!”
“E a uno me lo sono fatto” pensò il sor Camillo.
Ora però, dato che Mazzini non spostava un chiodo da solo, al sor Camillo serviva qualcuno che si ponesse in prima persona a fare la rapina. Mazzini era il palo, ora serviva chi doveva entrare in banca. Chi gli doveva far vincere la partita. E chi gliela poteva far vincere? Rizzoli! E se lo comprò! No  scusate, anche questo viene dopo. Quello il vizio i piemontesi non se lo sono mai tolto.

Benvenuti nel mio blog!

Benvenuto nel mio blog!

Questo è il primo articolo, si parlerà di teatro, cinema, tv, sport, cucina e altro.

per la cucina, non penso ne di essere cannavacciuolo ne vissani, per cui non vi aspettate piatti da 3 stelle ( anche perchè a me gli assaggini microporzione degli chef stellati proprio non vanno giù, io quando mangio voglio mangiare, non assaggiare e basta), vi propongo alcuni piatti cucinati a modo mio e basta. 🙂