la vera storia dell’italia – 6^ parte – l’arrivo a napoli e il patto con la camorra

Mentre inizialmente gran parte dei nobili e dei possidenti, quelli non precedentemente corrotti, ascoltato il proclama di Garibaldi sulla redistribuzione delle ricchezze, gli si posero contro, come sempre accade quando si tratta di tutelare le proprie prebende, non appena ebbero sentore della riuscita dell’impresa, sempre per lo stesso fine, gli saltarono sul carro.

Tutti insieme, tutti uniti.

E questi carri pieni di gente con le mani sui portafogli perché o mariuolo non si può fidare di altri mariuoli.

Carri strabordanti con voci che si sovrapponevano.

“Casini, spostati un poco.”

“Parli bene tu Giovanà, non si riesce nemmeno a muovere un braccio. Franceschini, dal lato tuo c’è spazio?”

“No, siamo pieni. Ci sono Alfano e tutto il loro gruppo.”

“Va be, ma sono in tre.”

“Si ma  affianco ci sta Verdini e D’anna.”

Nu calore, nu calore!!!

“Ma la Serracchiani non la vedo.”

“Eh, è stata la prima a saltare. Chella po è corta, non si vede.” “E la Finocchiaro?”

“È al supermercato. Ha accompagnato la Picierno per fare la spesa con 80 euro.”

Nu calore, nu calore, e soprattutto na puzza, ma na puzza. Avete presente quelle puzze di cose andate a male, marcite, putride? Ecco!

Io non lo so se i nomi erano questi, ma era giusto per farvi avere una idea. Cesare Abba, il biografo ufficiale della spedizione, ebbe a scrivere “dal delirio del popolo della prima ora si passa via via a un fuggi fuggi diffuso”. Infatti più si avvicinavano i ricchi, più scappavano i poveracci che cominciavano a capire dove si sarebbe andati a parare. A fine campagna baroni, principi e borghesi “garibaldini” erano più numerosi dei popolani.

La folata rivoluzionaria si diresse altrove e i privilegi ritornarono al loro posto.

(per dirla alla Sciascia “Calati juncu ca passa la china”. Poche parole per tutta una filosofia elaborata in secoli di sofferta sopravvivenza. Un detto molto semplice ma pieno di significato. E’ l’atto di sottomettersi alla volontà dei più forti o dei più prepotenti. Fra una piena e l’altra, i giunchi possono crescere e fortificarsi. “Aspetta che passi questo periodo, verrà il tuo momento”).A volte anche i proverbi sbagliano. Dopo 160 anni tutto è uguale.

Alla fine di luglio, dopo la vittoria garibaldina a Milazzo e la presa della città di Messina (ma non della cittadella,affacciata sul porto, dove rimase solo una piccola guarnigione borbonica, ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun’azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini), la Sicilia era completamente nelle mani dei patrioti e Garibaldi, prima di proseguire nominò Agostino Depretis pro – dittatore, per governare la Sicilia.

 

“dove andiamo ora? “ chiese garibaldi ad abba.

“a melito!”

“vicino casoria?”

“no,in calabria”

“ e come ci andiamo?”

“a piedi!”

“e chi ce la fa! Non è che si potrebbe affittare un pulmanino?”

“nu pulmanino?” intervenne Nievo. “nuie simme 20 mila, addo e mettimme!”

“ma io ci arrivo morto.” Replicò garibaldi.

“non vi preoccupate imperatò, vi porteremo in salvo noi!”

Quando le camicie rosse sbarcano a Melito, il 19 agosto 1860, erano ormai circa ventimila e le truppe borboniche non riuscirono a organizzare alcuna resistenza efficace.

Appena arrivati garibaldi esclamò: son salvo!

E da allora la città fu chiamata melito porto salvo.

Man mano che Garibaldi avanzava il popolo, abituato al telegiornale di emilio fede che già a quel tempo faceva il direttore, credette davvero che fosse arrivato colui che li salvava,infatti al suo passaggio tutti gridavano: salvatò, salvatò. Al punto che garibaldi chiamò abba e gli disse: ma perché mi chiamano salvatore? Io mi chiamo Giuseppe. Da domani voglio il profilo su face book, su instagram e pure su twitter.

In Lucania il passaggio dei volontari fu completamente pacifico poiché la regione si era già ribellata ai Borbone prima dell’arrivo dei garibaldini. Il 6 settembre, Francesco II di Borbone e Maria Sofia lasciarono la capitale e, con quanto rimase dell’esercito delle Due Sicilie, stabilirono una linea di difesa che univa le due fortezze di Capua e Gaeta e, ad est, si snodava lungo il corso del fiume Volturno. Il giorno successivo, il 7 settembre, Garibaldi entrò a Napoli da liberatore tra ali di folla festante.

Ma cosa era successo prima?

Ricordate l’invio di corrao per corrompere in sicilia? Bene, qua non deve inviare nessuno perché il prefetto di napoli era Liborio romano, prefetto borbonico che, anticipando pure franceschini su come si salta da un lato all’altro, immediatamente diventa garibaldino. Il liborio romano  come può attappetinarsi al nuovo padrone? Come può fargli trovare la strada libera per poi averne ricompensa? Dopo aver parlato con cavour si rivolge all’onorata società. Sissignore. Pensavate che la dc che si rivolge a cutolo per liberare l’assessore Cirillo fosse una invenzione moderna? salvatore de crescendo, entrato poi nei modi di dire napoletani come tore e criscienzo, vincenzo zingone, vincenzo attingenti, felice mele, antonio sangiovanni, antonio mormile, antonio caccaviello, pasquale legittimo, michele gallo, ignazio mosella, luigi riccio, francesco cuomo, gennaro lippiello. Tutta brava gente. Un po come dire che un prefetto, che ne so, un nome a caso, mori, con l’approvazione del presidente della camera dei deputati, del ministro degli interni,volesse trattare con riina, provenzano.

Aspè, ma sta cosa… mi pare che.. mah!

E allora cosa fa romano? Istituisce la guardia cittadina, una specie di polizia che affianca quella ufficiale. E a chi la affida? alla camorra. Non ci credete? Giuro che è vero. I camorristi diventano commissari e ispettori, e senza nemmeno fare il consocrso e trovarsi una raccomandazione, come si farebbe oggi. Lo diventano direttamente su nomina di tore e criscienzo. Una cosa sul tipo de “la buona scuola” odierna. E ch devono controllare i nuovi poliziotti? La camorra, penserete voi. Eh, allora stiamo perdendo tempo. Che si controllano da soli? Noooo, devono controllare le persone perbene. Si, giuro che è vero. A napoli si dice è ghhiuto o caso a sotto e e maccarune a coppa! E allora cosa fanno. Cominciano prima di tutto a distruggere tutte le prove delle loro malefatte. Uh gesù, ma pure sta cosa mi ricorda qualcosa…. Come se distruggessi delle intercettazioni. Mah!

E poi cominciano a randellare a mazziatoni chi non è d’accordo su garibaldi e protesta. No, non è  a genova durante il g8. È a napoli durante il “ce fotte!”

Comunque, con questi presupposti, appena 17 giorni dopo essere sbarcato in calabria Garibaldi, il 7 settembre, entrò a Napoli  seduto comodamente in treno, senza sparare un colpo, con pochi uomini al seguito (il resto delle camicie rosse giunse il giorno 9 perché dovettero prendere i tre giorni di festività soppresse e le ferie non godute).

Voi direte in treno? Eh si, perché in quel paesino fu inventata la prima ferrovia. Mo voi immaginate a garibaldi quando ha visto il treno.

“ e che è questo?”

“il treno!” avrà risposto abba, che non lo lasciava mai, più che per scrivere proprio per evitare che dicesse stronzate.

“e come è composto questo treno?”

“di carrozze”

“E dove sono i cavalli?”

“dentro al motore”

“ e non muoiono chiusi la dentro? Cosa mangiano?”

“il carbone!”

“ e cos’è quel fumo che esce di sopra?”

“uhhhh garibbà!!!! So e scorregge de cavalli. Mangiano carbone, po scorreggiano e il gas esce di sopra. Va buò?”

In effetti, dato che i camorristi avevano sistemato ben bene tutto, quella in treno per garibaldi fu una vera e propria passeggiata. Per fare un esempio, molto più pericoloso oggi prendere la circumvesuviana.

dopo l’arrivo alla stazione si formò un corteo di dieci carrozze che attraversò Napoli, la Capitale.

“Sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci e corrotti… in tre vennero giudicati responsabili, degradati e messi a riposo dal Consiglio di Guerra borbonico. Tutti, comunque, restarono senza più incarichi e comandi nell’esercito napoletano che, di lì a poco, avrebbe difeso l’onore delle Due Sicilie tra il Volturno e il Garigliano, o negli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto”.

Praticamente come i furbetti del cartellino o come qualche ministro pizzicato con le mani nella marmellata. Accuse, processo, ma da la non si schiodano, anzi, ora li promuovono pure. A Napoli le accoglienze furono entusiastiche ma in effetti si erano ispirati al varietà e tenevano la claque. nelle manifestazioni c’era la regia occulta degli agenti piemontesi che da mesi si erano infiltrati a Napoli e, tramite Liborio Romano con i suoi camorristi, avevano mobilitato a pagamento (si dice 24 mila ducati)“la feccia della popolazione che imprecava con orribili urli”  mentre il resto degli abitanti se ne stava rinserrato in casa.

Dopo aver fatto il discorso di insediamento garibaldi chiese dove avrebbe dormito.

“palazzo d’angri!”

“dobbiamo andare fino ad angri?”

“ma no, palazzo d’angri dei doria!”

“ah, conosco. Quelli dei biscotti!”

Come entrò a palazzo andò al cesso e vide il bidet.

“oh cacchio, e come si fa a lavartsi cosi bassi? Uno si deve piegare?”

“no “ gli rispose il doria, “ a parte che vista l’altezza tu ci arrivi giusto giusto, ma qua ci si lava il culo.”

“il culo? Come il culo? Ma perché, il culo si lava?”

E si lavò la faccia.

Da allora l’espressione “tiene la faccia come il culo!”

immediatamente formò un suo governo dittatoriale con a capo proprio il ministro di Francesco II, Liborio Romano, che, come primo atto, cedette la poderosa flotta da guerra meridionale (circa 100 navi e 786 cannoni) al Piemonte. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale (equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati “beni nazionali”. Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e consistenti pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore, alla famiglia di Agesilao Milano (che aveva tentato di ammazzare il re) ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo, praticamente come angelucci, senatore che non ha mai messo piede al senato ma percepisce stipendio, vitalizio, etc etc.

Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borboni (la maggior parte di essi in ottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849 “tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché “ministro liberale in carica ancorché per poche settimane“ e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre “perché studiasse la storia” al De Cesare “perché studiasse l’economia “. Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto “a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli e sborsò uno o due milioni”; illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli: “indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero proporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha né coperte né cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”; “nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole…le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni per il triplo degli uomini che devono mantenere”; “in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche dell’Amministrazione…i mazziniani rubano e intrigano”; “la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto…tutto è furto ed estorsioni”; “qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”; “l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi”.

“Lo stesso Garibaldi si dimostrò, in futuro, insolvente con le banche ed evasore con il fisco: chiese un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, l’equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire, ma quest’ultimo non rimborsò nemmeno il mutuo; praticamente come il padre della boschi o quello di renzi.

la banca si fece avanti con il padre, “Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito” fu la risposta; gli archivi del Monte dei Paschi di Siena, (badate bene, monte paschi di siena, lo stesso di oggi, lo stesso dove tutti hanno mangiato a sbafo fino a scoppiare e che ora deve essere risanato coi soldi dei contribuenti) ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. “Signor Esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti”. Punto e basta. Segue la firma.” In effetti il figlio indebitato per fallimento era Ricciotti (e non Menotti) e Garibaldi restituì l’importo senza interessi quando nel 1876 il Parlamento gli concesse l’appannaggio vitalizio.

 

 

 

 

 

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